Salve a tutte e tutti voi!
Anche in questa serata del Primo Maggio ci ritroviamo per una nuova riflessione in compagnia, riflessione che, in tema con la giornata di oggi, verterà sul lavoro.
Si sente dire, l'ho letto mi pare un paio di giorni fa, che sempre più giovani "non studiano e non lavorano", sottintendendo, ho il sospetto, che se ne stiano a casa a poltrire.
Mi permetto di dissentire.
Credo che questo sia solo l'ennesimo uso di uno stereotipo che era vecchio già ai tempi di Matusalemme.
Sì, perché se è vero che alcuni tra i giovani (e non solo) se ne stanno a casa, non perché, però, non hanno voglia di fare niente ma perché semplicemente sono sfiduciati, la maggior parte di loro si danno da fare in tutti i modi loro possibili.
Parlando di sfiducia mi viene in mente una scena sia del libro che del film che dal libro è stato tratto "Così parlo Bellavista"; quella nella quale il Professor Bellavista incontra un uomo, un giovane uomo, che gli dice di aver fatto talmente tanti concorsi e aver mandato talmente tanti curricula in giro, senza ottenere risultati che "ora devono venirmi a cercare loro, con richiesta in carta da bollo".
Se all'epoca, erano gli anni Ottanta, questa sembrava una battuta ora è, ahimè, una amara, amarissima, realtà.
Perché davvero, a furia di porta in faccia, c'è gente che alla fine arriva a dire, come John Coffey ne "Il miglio verde": "Sono stanco, capo, molto stanco".
Ci sono due proverbi che un tempo si usavano molto quando una domanda di lavoro o un concorso non sortivano l'esito sperato, ossia "Morto un Papa se ne fa un altro" e "Quando si chiude una porta si apre un portone".
Vero, verissimo ma non sempre possono valere.
Infatti, si arriva ad un punto in cui morto un Papa, è morto un Papa e basta e che quando si chiude una porta si è già fortunati se non ci arriva con troppa violenza in faccia.
Ricordo, ho un'età per poterlo fare, quando, ai tempi in cui io e i miei coetanei avevamo (quasi) l'età da lavoro, che la situazione era tale che cominciavamo a fantasticare tra di noi sul lavoro che avremmo svolto durante l'estate per poter tirar su qualche soldo per non doverli sempre chiedere a mamma e papà.
Ricordo anche quando, io quattordicenne, andai in un negozio di articoli per motociclisti che all'epoca era a un centinaio di metri da casa mia a chiedere alla titolare se l'estate successiva, "perché ora ho quattordici anni e non posso lavorare sotto altri che non siano miei parenti", avrebbe accettato di assumermi come commesso, il che l'ha fatta sorridere e poi mi ha risposto: "Beh, torna l'anno prossimo e ne parliamo".
Quella era la situazione sul finire degli anni Ottanta.
Ora che possibilità hanno i quindicenni?
Quindi, prima di dire che "i giovani non hanno voglia di fare nulla" forse sarebbe opportuno che pensassimo a che situazione si trovano davanti i giovani.
È proprio vero quanto ha detto in una trasmissione il Professor Alessandro Barbero rivolgendosi ai giovani e cioè l'invito a studiare per farsi una cultura, per crearsi delle basi e non inseguendo la chimera che troppo spesso viene smerciata della scuola che vi farà trovare lavoro perché si corre il rischio, una volta terminati gli studi, di scoprire che il lavoro che era stato promesso non c'è più, se mai c'è stato.
Anche per questa sera siamo giunti al termine.
Grazie infinite a tutte e tutti voi per l'attenzione e la pazienza e a risentirci alla prossima occasione.
Buona serata e buonanotte!
Con simpatia! 😊
Riccardo
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