Salve a tutte e tutti voi!
Rieccoci assieme anche in questo giovedì sera per una nuova riflessione in compagnia.
Anche oggi voglio tornare sull'argomento, sulla questione, che in questo periodo più mi sta appassionando, ossia quella della capacità, della necessità di imparare ad abitare noi stessi.
Come ricorderete nella definizione di abitare se stessi si fa riferimento anche al giudizio degli altri.
Ora, però, mi corre l'obbligo, per dirla in termini estremamente burocratici, di fare una precisazione.
Il giudizio degli altri su di noi, la definizione che gli altri danno di noi, per tutti noi, sono una realtà.
Non possiamo prescindere né dal giudizio altrui né dalla definizione che gli altri danno di noi.
Mi spingo ancora più in là affermando che noi abbiamo bisogno che gli altri ci definiscano, che gli altri ci dicano che siamo utili, che possiamo fare parte di un determinato gruppo, di un determinato ambito; sono bisogni che rientrano nella piramide dei bisogni dell'uomo di Maslow.
Quindi non è dal giudizio altrui che chi sa abitare se stesso sfugge.
No, chi sa abitare se stesso accetta il giudizio e la definizione di se stesso data dagli altri ma pesa queste cose nella maniera giusta, non facendosi bloccare in un fermoimmagine che gli impedisca di evolvere.
Infatti il giudizio e la definizione altrui non sono né devono essere limitanti; limitati sì, in quanto riguardano una data persona, limitanti per noi no.
Noi siamo come ci definiscono le altre persone ma non siamo solo quelli.
Come ho titolato il mio post di ieri, parafrasando Walt Whitman, noi conteniamo moltitudini.
Quindi, concludendo, non dobbiamo aver paura di venir definiti dagli altri ma non dobbiamo, allo stesso modo, lasciare che tali definizioni ci limitino in alcun modo.
Anche per questa sera è tutto.
Grazie infinite a tutte e tutti voi per l'attenzione e la pazienza e a risentirci alla prossima occasione.
Buona serata e buonanotte!
Con simpatia! 😊
Riccardo
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